I dati, il GDPR e l’impatto sul mondo sportivo: le ASD le prime coinvolte

Avete mai pensato perché sia così semplice scaricate applicazioni FREE che ci consentono di compiere azioni che fino a pochi anni fa era possibile fare esclusivamente con programmi a pagamento?

Ormai ci siamo talmente abituati ad avere tutto a portata di mano che ci sembrerebbe quanto mai anacronistico acquistare qualcosa che altri ci consentono di avere senza pagare nulla (o quasi).

Variando le logiche dell’interazione degli individui, sia nei confronti della società che dei mercati, anche le aziende si sono adeguate e hanno metabolizzato una cosa essenziale: la nuova moneta del presente sono i dati degli utenti.

Il dato è necessario per conoscere e interpretare i desideri e i bisogni dei potenziali clienti e non vi è nulla di più prezioso.

Naturalmente, come abbiamo detto più volte, gli utenti e i mercati evolvono. Si sono venute a creare crisi legate al trattamento dei dati personali che hanno messo in pericolo la privacy delle persone. Oggi, mentre scrivo questo contenuto, è imminente l’entrata in vigore del GDPR che, di fatto, tutelerà i dati di tutte le persone, mettendo al primo posto il diritto alla privacy di ciascuno di noi.

“Il 25 maggio 2018 entrerà in vigore il GDPR (acronimo di General Data Protection Regulation). Il regolamento porterà un cambiamento radicale nella gestione dei dati personali, qualificati dalla stessa normativa come diritti fondamentali dell’uomo. Il Regolamento, proprio in relazione a questo, rivoluziona il sistema della privacy. Non esiste più una norma da applicare al singolo caso, vengono al contrario previsti principi generali che devono essere adeguati alla singola realtà concreta, in relazione alle sue peculiarità. Si parte dallo scopo cui tende la normativa e si valuta, nel caso specifico, quale siano le misure adeguate per il raggiungimento dello stesso. Proprio per questo motivo non si potrà più fare ricorso a modelli standard e già predisposti, perché se la tutela deve essere effettiva, dovrà necessariamente essere costruita ad hoc per ogni realtà.” (Federica De Stefani)

In che modo il GDPR avrà un impatto sul mondo sportivo?

Probabilmente il mondo dello sport sarà uno di quei settori a venir coinvolto direttamente e completamente dall’entrata in vigore del GDPR. Le ASD, le Società Sportive e le Federazioni hanno a che fare con una mole di dati così imponente, e spesso mal custodita, al punto che avranno un obbligo morale ed etico nel garantire ai propri iscritti che i dati relativi a minori (e non) siano al sicuro.

Parliamo di una serie di dati legati a schede di affiliazione, iscrizioni a campionati, iscrizioni a corsi per le attività giovanili, schede dettagliate degli atleti contenenti anche dati relativi alla salute, alla disciplina personale e all’approccio psicologico dell’individuo verso le altre identità sportive.

Siamo in presenza di dati legati a provvedimenti, a cause legali/sportive, a sanzioni e poi parliamo di dati legati al tifoso:

ogni volta che viene rilasciato un abbonamento o una sottoscrizione per una quota societaria, il fan viene schedato e mappato secondo moduli standard che contengono i suoi dati personali.

Questo scenario si manifesta sia con i mezzi tradizionali che con i mezzi digitali. Ed è soprattutto nel digitale che pare si prospetti il lavoro più complesso. Senza dimenticare il serio problema delle autorizzazioni per l’utilizzo delle immagini dei minori nei social: la normativa esiste ed è obbligatorio applicarla per tutelare i piccoli atleti che vengono ripresi e fotografati, spesso senza il consenso dei genitori, durante le più svariate occasioni sportive, in campo e fuori dal campo. Potete approfondire l’argomento leggendo questo post dell’avvocato Federica De Stefani.

 

 

Il GDPR nello sportdigitale: ogni sito internet dovrà adeguarsi

Quasi ogni azienda sportiva ha in essere un proprio assetto digitale. Parliamo di siti internet, mail e profili social. L’adeguamento al GDPR vale per tutti: dalla squadra di Serie A di calcio alla piccola realtà di provincia che abbia deciso di aprire un blog e una pagina Facebook.

Non è importante quanti followers si raggiungono con questi strumenti: il fatto è che fossero anche solo pochi, si rende necessario informarli sul trattamento dei dati, prendere precauzioni sulla corretta conservazione degli stessi e ottenere l’autorizzazione al trattamento di tali informazioni, compreso quello per l’invio di newsletter con articoli, promozioni o contenuti profilati per gli iscritti.

Il problema sorge proprio nella parola “profilazione” che deve essere SEMPRE autorizzata nei termini specifici legati a quel contesto, espressi con la maggiore chiarezza possibile.

Nel concreto è impensabile affidarsi a modelli standard poiché non saranno identiche le contestualizzazioni. L’unica soluzione sarà quella di affidarsi ad un legale che possa seguire l’azienda sportiva durante l’adeguamento alle nuove norme.

Chissà quante tra le persone che stanno leggendo questo articolo hanno un blog sportivo con una newsletter collegata che invia agli iscritti anche solo le ultime novità editoriali autoprodotte. Magari, per pura soddisfazione personale, hanno istallato un plugin wordpress per monitorare il traffico sui vari articoli. Bene: il GDPR interesserà anche loro.

Non resta che adeguarsi. Perchè in fondo, ognuno di noi, prima di essere blogger è anche utente e il diritto alla privacy e alla tutela dei propri dati è una rivendicazione etica e indiscutibile.

Se avete dubbi o domande sull’applicazione del GDPR nello sport, scrivete una mail al nostro esperto in “media law” Federica De Stefani. Il suo il utile contributo per il blog mysocialweb.it di Riccardo Esposito, di recente pubblicazione, è un ottimo spunto per iniziare a pensare che l’adeguamento alle norme di tutela della privacy sia un provvedimento necessario per continuare a navigare in sicurezza.

Buon 25 maggio a tutti!

Odio online e hate speech: il festival del giornalismo di Perugia e lo sport

Festival Internazionale del Giornalismo di Perugia: Alessandra Ortenzi, Federica De Stefani e Bernardo Mannelli, con il supporto di Monia Taglienti, hanno affrontato la prova più impegnativa del percorso di Sportdigitale, parlando di “odio online e hate speech nello sport”. Il racconto di coach Alessandra Ortenzi, il video dell’intervento, le interviste e gli articoli sul gruppo di studio chiamato a contribuire al panel “Law and Order”.

Quando Giovanni Ziccardi mi ha comunicato che eravamo stati inseriti nel panel dei 20 interventi previsti tra la giornata di apertura e chiusura dell’International Journalism Festival, ho realizzato che stavo per preparare quello che sarebbe stato lo speech più importante mai tenuto in tutta la mia carriera professionale. Parlare al Festival del Giornalismo per chi lavora nel mondo dell’informazione, equivale ad una gratificazione professionale che non ha eguali. Portare poi un argomento delicato ed attuale come quello dell’odio online nello sport, ha voluto dire affrontare l’attuale dilemma che i professionisti dell’informazione si pongono di fronte alla notizia e alle reazioni dell’audience.

Aspetti giuridici, sociologici e la contronarrazione dell’odio online

A Perugia abbiamo parlato di hate speech tenendo conto di tre fondamentali aspetti:

  • quello giuridico (affrontato da Federica De Stefani)
  • quello della contronarrazione (affrontato da Bernardo Mannelli)
  • quello socio-psicologico che ho avuto la fortuna e il piacere di approfondire tenendo conto del peso delle conversazioni nello sport.

Non voglio affrontare i primi due temi che lascio ai miei colleghi, ma mi soffermo sulla mia disciplina che consiste nel comprendere come, a livello sociale, l’individuo interagisce con eventi sportivi negli ambienti digitali. Egli spesso non ha la piena percezione della complessità della gestione delle proprie reazioni alle conversazioni. I social, per loro natura, conservano una evanescente consistenza e l’individuo ne percepisce un’essenza effimera, una labile coerenza con la realtà frequentemente addirittura distorta. Gli utenti si trovano ad interagire all’interno di fatti, avvenimenti, accadimenti che li conducono a prendere delle posizioni più o meno definite rispetto ad un determinato argomento.

Transatlantic divide: geolocalizzare i fatti

Lo sport, aggregatore per eccellenza, sviluppa conversazioni che sono sempre più legate a contesti sociali, di disciplina e di appartenenza. Durante l’intervento, per poter introdurre il caso di Conor McGregor, che vedrete ampiamente descritto nel video inserito in questo articolo, ho preso in prestito l’assunto del “Transatlantic Divide” enunciato da Giovanni Ziccardi durante il suo primo intervento di apertura al panel “Law and Order” dal titolo “Odio Politico ed estremismi”.

Cosa vuol dire? In sostanza che quando analizziamo la reazione della community attorno ad un fatto, è importante geolocalizzare il fatto stesso. In poche parole le conversazioni che si svilupperanno attorno ad una criticità sportiva in America, ad esempio, avranno un peso e una misura proporzionali agli aspetti sociali degli utenti, alle abitudini linguistiche, alle norme in materia di libertà di espressione. Non possiamo che riconoscere la divisione e la rigidità o meno nell’affrontare alcuni temi, messa in relazione con il paese stesso. L’esempio di Conor McGregor è una delle topic news in cui si intravede la narrazione dell’accaduto solo come mero fatto di cronaca e la community sportiva del mondo della MMA non condanna il reo ma lo deride. In Italia un fatto del genere avrebbe sicuramente avuto ripercussioni diverse, con una long tail maggiore e con una lunga, lunghissima scia di conversazioni cariche d’odio.

In fondo il digital è un non luogo che evolve assieme ai suoi utenti, come ama sempre dire Monia Taglienti, autrice assieme a Cristiano Carriero del libro Facebook PRO per Hoepli, che ha accompagnato il Team di Sportdigitale a Perugia.

Radio, App e WhatsApp per il caso Rossi vs Marquez

Talvolta capita di percepire dei segnali di integrazione di canali di conversazioni tradizionali e digitali come il caso di RDS, presentato nella Sala Priori del Brufani: La Radio si pone come strumento integrato con l’App e il social WhatsApp per validare le conversazioni durante la trasmissione. Il caso Rossi vs Marquez gestito online in diretta da Anna Pettinelli e Valerio Scarponi il 9 aprile 2018, ci racconta di un modo perfetto per moderare un tema “caldo” soggetto a commenti potenzialmente al limite.

I conduttori:

  • utilizzano la radio per diffondere il tema attraverso micropillole audio con testimonianze dirette dalla voce di Valentino Rossi;
  • utilizzano il servizio di messaggistica a tempo (la chat è attiva e disponibile solo durante la trasmissione) attraverso l’App ufficiale;
  • invitano gli utenti ad intervenire in trasmissione tramite note vocali lasciate nella chat di WhatsApp collegata al numero pubblico dell’emittente.

 

Il risultato è la moderazione indotta degli interventi che, in quanto esplicitata dal numero dell’ascoltatore, porta la discussione a restare nei limiti definiti di moderazione, prevenendo e escludendo tutti i commenti di trash talk e hate speech.

Odio online e non-cultura sportiva

Dare una risposta definitiva alla questione risulta assai complesso. I tifosi sono abituati ad esternare in maniera faziosa, aggressiva e incisiva non solo la loro fede ma soprattutto la loro avversione verso gli antagonisti storici, verso la controparte invisa per etichetta. È dottrina calcistica: un tifoso della Roma gioisce maggiormente per la sconfitta del cugino Laziale rispetto alla felicità che procura la vittoria della propria squadra. Trasporre tutta questa scia di emozioni fortissime nel digitale, nasconde sempre il pericolo dietro l’angolo: lo sviluppo di conversazioni d’odio. Gli strumenti digitali non fanno altro che liberare un linguaggio ed un’attitudine già radicata alla faziosità, alla difesa estrema dei propri colori e restituire allo sport un non luogo senza limiti e barriere, dove tutti possono dire tutto e dove la percezione della pena è quasi assente. I comunicatori devono riuscire a trovare il giusto linguaggio per esporre la notizia, evitare di alimentare l’odio e sperimentare strumenti di moderazione controllata come quelli utilizzati da RDS.

Allo stadio si dovrebbe andare per veder giocare il meglio possibile, se poi è la propria squadra, tanto di guadagnato; se è l’altra, pazienza. E non mi vengano a dire che questi discorsi agli ultras fanno il solletico. Io non parlo di ultras: parlo di tribune, di tribune d’onore, dove non senti che insulti, non respiri che tensione ed eccessi. Gente in vetrina che con il calcio ha poco o nulla a che fare e sembra quasi compiaciuta della propria non-cultura sportiva.

(Enzo Bearzot, CT della Nazionale vincitrice dei mondiali del 1982 in Spagna)

 


I link ai contenuti legati all’intervento “Odio online e Hate Speech” del Festival Internazionale del Giornalismo di Perugia

L’articolo a firma Francesco Mecucci

Il video con la registrazione audio della puntata di RDS

Il podcast con l’intervista a Bernardo Mannelli e Alessandra Ortenzi

La video intervista di Quattro Colonne

La registrazione integrale dell’intervento “Odio online e hate speech”

 

 

Un grazie a Luca Vanelli e a Francesco Ascanio Pepe per gli scatti.

Var, arbitri e (le solite) polemiche

Prima giornata di campionato e il Var fa il proprio esordio nel campionato di serie A.

Primo rigore concesso grazie all’intervento della tecnologia in campo.

Fallo in area, ricorso al Var e rigore concesso contro la Juve.

Fermiamoci un attimo.

Var: di cosa si tratta?

Il Var (Video Assistant Referees), la così detta “moviola in campo” altro non è che il ricorso alla tecnologia per valutare situazioni di gioco dubbie.

Secondo il regolamento IFAB le situazioni per le quali si può ricorrere al Var sono solamente quattro (nel preciso intento di non stravolgere le partite e il loro svolgimento):

  • per stabilire la regolarità di un gol
  • nel caso in cui si debba decidere se espellere un giocatore
  • per valutare se concedere un rigore
  • per correggere l’ammonizione o l’espulsione del giocatore sbagliato

In tutti questi casi l’arbitro può sospendere la partita e consultare la tecnologia proprio al fine di eliminare dubbi circa le decisioni da adottare.

Il protocollo IFAB, in lingua inglese, esplicita le modalità di impiego del Var.

Var: che cosa garantisce?

L’introduzione della tecnologia in campo ha come scopo specifico quello di limitare il più possibile errori di valutazione che possano in qualche modo condizionare l’esito di una partita.

Si offre una soluzione per dirimere tutte quelle questioni attinenti a decisioni arbitrali errate o dubbie.

L’arbitro in campo potrà avvalersi dell’aiuto di operatori della Hawk-Eye e di due arbitri addetti al VAR, denominati VAR e AVAR.

 

Gli unici soggetti ai quali è consentito comunicare con l’arbitro in campo sono proprio i due arbitri addetti al VAR: possono farlo di propria iniziativa (per alcuni azioni, come quelle da gol, è sempre prevista la revisione) oppure su richiesta dell’arbitro in campo.

 

A bordo campo, tra le due panchine, verrà allestita la c.d.  “Referee Review Area” la postazione dalla quale l’arbitro potrà rivedere i replay delle azioni.

Durante queste operazioni il gioco verrà ovviamente sospeso e la ripresa, in assenza di una specifica previsione in tal senso, dovrà avvenire nel più breve tempo possibile.

Var: che cosa è successo durante Juventus – Cagliari

Al minuto 35.50 del primo tempo di Juventus Cagliari Alex Sandro interviene su Cop in area di rigore.

L’arbitro Maresca, in prima battuta, non concede il rigore, ma dopo circa un minuto, probabilmente richiamato dai colleghi del Var, interrompe la gara e rivede l’azione a bordo campo.

VAR secondo Sport Mediaset

Calcio di rigore a favore del Cagliari.

Primo intervento della “moviola in campo” e primo errore sventato.

La gara era sul risultato di 1-0 a favore della squadra bianconera.

Il rigore poteva riaprire la partita.

Se non fosse stato concesso le polemiche si sarebbero strascinate tra carta stampata e trasmissioni sportive.

È stato concesso ed è stato parato dal portiere della Juve.

Nessuna polemica, nessuno strascico e nessuna discussione.

 

La visione di Cristiano Carriero del VAR

Var: seconda di campionato e arrivano le polemiche

Alla seconda giornata di campionato la scena si ripete (per la Juve).

Genoa in vantaggio dopo 17 secondi e al 7′ del primo tempo rigore concesso grazie all’intervento del Var.

Questa volta le cose vanno diversamente rispetto alla prima di campionato.

Galabinov trasforma il rigore e si scatenano le polemiche.

Il rigore, infatti, non era da assegnare perchè l’attaccante del Genoa era in posizione di fuorigioco.

Ecco dunque il balletto delle polemiche.

Troppe interruzioni, paura degli arbitri di decidere, non si prendono più la responsabilità di dare un rigore senza il Var solo per citarne alcune.

 

La tecnologia in campo è un grande aiuto, ma fino a quando non capiremo che la tecnologia è comunque governata dall’uomo (in questo caso l’arbitro), che come tale può sbagliare, le polemiche e le discussioni rimarranno all’ordine del giorno.

 

O forse non saranno mai eliminate.

Proprio perchè siamo uomini.

 


Credits: le immagini sono tratte dai profili Twitter di Sport Mediaset e Facebook di Cristiano Carriero


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